Aggiornamento a febbraio 2021

Smart working

L'evoluzione dell'organizzazione del lavoro nelle imprese

14-02-2021

Nel corso del 2020 l’adozione di provvedimenti restrittivi per contenere la diffusione dei contagi da Covid-19 ha comportato ricadute su gran parte delle attività produttive e sull’organizzazione del lavoro. I sondaggi condotti da Assolombarda tra marzo e novembre 2020 consentono di fotografare l’’accensione’ e lo ‘spegnimento’ della città di Milano e del suo hinterland in funzione dell’apertura e della chiusura delle attività industriali e dei servizi. Inoltre, permettono di monitorare la diffusione del lavoro da remoto, soluzione che ha sostenuto la continuità del sistema economico (anche nei casi di chiusura nel lockdown di aprile-marzo 2020) e che in generale ha permesso di fronteggiare le limitazioni imposte dalla pandemia. Oggi e anche in prospettiva, la diffusione dello smart working è ampiamente superiore rispetto a prima dell’emergenza Covid-19, a Milano anche grazie a una eccellente infrastrutturazione digitale del territorio: le tendenze in atto sollevano un’interrogazione sull’evoluzione del modello organizzativo delle imprese, con conseguenze su tempo e spazi della città.

Le chiusure delle imprese durante la pandemia

Con riferimento all’attività delle imprese, nei mesi di marzo e aprile (con l’entrata in vigore del DPCM del 22 marzo 2020, che sospende tutte le attività industriali e commerciali ad eccezione delle filiere essenziali, dei servizi di pubblica utilità e degli impianti a ciclo continuo) nella Città metropolitana di Milano risultano aperte circa un terzo delle imprese del manifatturiero e dei servizi (precisamente, il 30% il 26 marzo 2020 e il 35% il 9 aprile) con quote più elevate nel Comune (37% e 38% alla data dei due sondaggi) rispetto all’hinterland (25% e 33%). Con la fine del lockdown e nelle successive rilevazioni condotte fino a settembre, sia Milano sia l’hinterland si ‘riaccendono’ ma in modo graduale, con una progressione superiore nell’hinterland rispetto al Comune (sono limitate all’1% e al 2% le aziende ancora chiuse a inizio settembre nei due ambiti territoriali).

La diffusione dello smart working tra le imprese

In questo contesto, il lavoro da remoto ha assunto sia caratteri estensivi (di diffusione tra le imprese) che intensivi (come quota di dipendenti coinvolti), con però elementi distintivi tra Milano e l’hinterland. Queste tendenze e differenze vanno lette e interpretate anche alla luce della struttura produttiva che caratterizza i due territori e che vede una maggiore concentrazione di attività produttive nell’hinterland e di attività amministrative e dei servizi all’interno dei confini comunali.

In termini estensivi, i dati su Milano mostrano una diffusione ben più ampia della media nazionale anche prima dell’avvento della pandemia: nel pre Covid quasi un terzo delle imprese dei servizi e dell’industria della città metropolitana ricorreva allo smart working, già marcando una differenza significativa tra comune (43%) e hinterland (20%). Questo differenziale di circa 20 punti percentuali permane anche per tutto il 2020, con l’unica eccezione del lockdown di aprile, dove i due territori convergono, con la quasi totalità delle imprese con almeno un lavoratore da remoto. Inoltre, è interessante evidenziare che nel post pandemia le prospettive espresse dalle imprese indicano un assestamento nella diffusione dello smart working su un livello largamente superiore al pre Covid sia per Milano sia per l’hinterland, con quote al 75% e al 54% rispettivamente.

Nel pre Covid, nel Comune di Milano il 43% delle imprese dei servizi e dell’industria ricorreva allo smart working (20% nell’hinterland), una diffusione ben più ampia della media nazionale

43%
75%

Nel post pandemia, nelle prospettive delle imprese la diffusione dello smart working si assesterà su un livello largamente superiore al pre Covid, con il 75% delle aziende coinvolte nel Comune di Milano (54% nell’hinterland)

La diffusione dello smart working tra i dipendenti

In termini intensivi, nel 2019 la diffusione tra i lavoratori era superiore nel Comune di Milano, con una incidenza di forza lavoro in smart working pari al 21,2%, rispetto alla quota del 6,6% rilevata nell’hinterland. Come prevedibile, l’intensità massima di lavoratori da remoto è raggiunta tra fine febbraio e inizio maggio 2020, con una quota nell’intorno del 60% in entrambi i territori (precisamente, 61,9% nel comune di Milano e 59,9% nell’hinterland), per poi ridursi tra settembre e novembre 2020 su livelli comunque ben elevati al 49,4% a Milano e al 42,3% nell’hinterland. 

È opportuno ricordare che le percentuali sono calcolate considerando il singolo lavoratore, a prescindere dal numero di giornate lavorative svolte da remoto: è plausibile immaginare che prima della pandemia gli smart worker usufruissero di alcune giornate nell’arco di un mese, mentre nel periodo massimo di lockdown lo ‘smart working d’emergenza’ per numerosi lavoratori abbia riguardato addirittura la totalità delle giornate. 

Nel 2019 la diffusione dello smart working tra i lavoratori era superiore nel Comune di Milano, con una incidenza sulla forza lavoro pari al 21,2%, rispetto alla quota del 6,6% rilevata nell’hinterland

21.2%
49.4%

Dopo l’intensità massima nel lockdown primaverile, a settembre-novembre 2020 la quota di lavoratori da remoto si riduce ma rimane su livelli elevati,il 49,4% a Milano e il 42,3% nell’hinterland

Conclusione

L’evoluzione osservata nel 2020 e le prospettive nel medio termine nelle modalità di lavoro hanno chiare ripercussioni interne alle aziende: sulla loro organizzazione, sui profili dei lavoratori, sui rapporti con gli spazi di lavoro che sempre più evolveranno in luoghi dedicati alle interazioni tra persone. Tutto ciò impatta anche sull’uso della città: cambiano tempi, frequenze e motivazioni della circolazione delle persone alla ricerca di un nuovo equilibrio tra vita e lavoro.

I dati di questo capitolo sono di fonte Assolombarda. Va precisato che il termine utilizzato di smart working non è strettamente coincidente con quello definito dalla normativa (che prevede l’accordo tra azienda e lavoratore ed un preciso numero di giorni su base settimanale mensile) bensì riferito al concetto di lavoro da remoto in senso lato.

EY Digital Infrastructure Index, dicembre 2020

 

 
 
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